Bussola

White list

Sommario

Inquadramento | White list ex D.M. 4 settembre 1996 | Aggiornamenti della white list | La black list dei paradisi fiscali secondo l’Ecofin | La giurisprudenza | Riferimenti normativi |

Inquadramento

 

La white list è la lista degli Stati collaborativi attualmente prevista dal D.M. 4 settembre 1996, in materia di tassazione di alcuni strumenti finanziari.

L’art. 1 co. 680 della Legge di Stabilità 2015 modificando l’art. 167 co. 4 del TUIR, ha riformulato il criterio per individuare le imprese residenti o localizzate in Stati o territori a fiscalità privilegiata. La nuova disposizione considera livello di tassazione sensibilmente inferiore a quello vigente in Italia un livello di tassazione inferiore al 50% di quello applicato in Italia.

 

La previsione ha comportato l’eliminazione dalla black list rilevante ai fini della disciplina per le CFC, di alcuni Paesi con aliquota generale delle imposte sui redditi almeno pari al 13,75% (50% dell’aliquota Ires), quali ad esempio Singapore (aliquota corporate al 17%), Hong Kong (16,5%), Malesia (25%).

 

Pertanto per individuare i paesi cd. white list sarà sufficiente confrontare il livello di tassazione dello stato Estero con quello italiano: l’applicazione delle disposizioni contenute nella norma citata decorre dal periodo d'imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015. Con un successivo Provvedimento, il n. 143239 del 16 settembre 2016, l’Agenzia delle Entrate ha individuato i criteri di determinazione del livello di tassazione effettiva dello Stato estero e di tassazione virtuale domestica ai fini dell’applicazione della disciplina CFC alle società controllate residenti in Stati a fiscalità ordinaria, compresi gli Stati UE o quelli aderenti allo SEE “trasparenti”, di cui all’art. 167 del TUIR.

 

Inoltre la Circolare 35/E del 4 agosto 2016 dell’Agenzia delle Entrate ha provveduto a fornire chiarimenti in merito alle modifiche apportate dal Decreto internazionalizzazione e dalla Legge di Stabilità 2016

 

Con un comunicato stampa del 5 dicembre 2017 si rende noto che L’Ecofin (il Consiglio di Economia e finanza dell’UE) ha adottato la Black list dei 17 Paesi terzi (7 paesi alla data del 23 maggio 2018) che non si sono impegnati sufficientemente nei 10 mesi passati nella cooperazione in materia fiscale, non rispettando i livelli minimi internazionali di trasparenza fiscale (si veda paragrafo 3).

White list ex D.M. 4 settembre 1996

 

 

white list era prevista nel nostro ordinamento e contenuta nel D.M. 4 settembre 1996, che individua gli Stati con i quali è attuabile lo scambio di informazioni ai sensi delle Convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni.

 

Il D.M. Economia 23 marzo 2017 ha aggiornato l’elenco degli Stati e dei territori con i quali è attuabile lo scambio di informazioni fiscali, cd. paesi collaborativi e pertanto considerati white list. L’elenco comprende anche Monaco e la Santa Sede. La lista dei paesi collaborativi  è stata pubblicata nella G.U. Serie Generale n.78 del 03-04-2017.

 

Pertanto, ai fini dell'applicazione delle disposizioni indicate nell'art. 6, comma 1, del D.Lgs1° aprile 1996, n. 239, gli Stati e territori  con  i  quali  è  attuabile  lo  scambio  di informazioni sono i seguenti:

  Albania;

  Alderney;

  Algeria;

  Andorra;

  Anguilla;

  Arabia Saudita;

  Argentina;

  Armenia;

  Aruba;

  Australia;

  Austria;

  Azerbaijan;

  Bangladesh;

  Barbados;

  Belgio;

  Belize;

  Bermuda;

  Bielorussia;

  Bosnia Erzegovina;

  Brasile;

  Bulgaria;

  Camerun;

  Canada;

  Cile;

  Cina;

  Cipro;

  Colombia;

  Congo (Repubblica del Congo);

  Corea del Sud;

  Costa d'Avorio;

  Costa Rica;

  Croazia;

  Curacao;

  Danimarca;

  Ecuador;

  Egitto;

  Emirati Arabi Uniti;

  Estonia;

  Etiopia;

  Federazione Russa;

  Filippine;

  Finlandia;

  Francia;

  Georgia;

  Germania;

  Ghana;

  Giappone;

  Gibilterra;

  Giordania;

  Grecia;

  Groenlandia;

  Guernsey;

  Herm;

  Hong Kong;

  India;

  Indonesia;

  Irlanda;

  Islanda;

  Isola di Man;

  Isole Cayman;

  Isole Cook;

  Isole Faroe;

  Isole Turks e Caicos;

  Isole Vergini Britanniche;

  Israele;

  Jersey;

  Kazakistan;

  Kirghizistan;

  Kuwait;

  Lettonia;

  Libano;

  Liechtenstein;

  Lituania;

  Lussemburgo;

  Macedonia;

  Malaysia;

  Malta;

  Marocco;

  Mauritius;

  Messico;

  Moldova;

  Monaco;

  Montenegro;

  Montserrat;

  Mozambico;

  Nauru;

  Nigeria;

  Niue;

  Norvegia;

  Nuova Zelanda;

  Oman;

  Paesi Bassi;

  Pakistan;

  Polonia;

  Portogallo;

  Qatar;

  Regno Unito;

  Repubblica Ceca;

  Repubblica Slovacca;

  Romania;

  Saint Kitts e Nevis;

  Saint Vincent e Grenadine;

  Samoa;

  San Marino;

  Santa Sede;

  Senegal;

  Serbia;

  Seychelles;

  Singapore;

  Sint Maarten;

  Siria;

  Slovenia;

  Spagna;

  Sri Lanka;

  Stati Uniti d'America;

  Sud Africa;

  Svezia;

  Svizzera;

  Tagikistan;

  Taiwan;

  Tanzania;

  Thailandia;

  Trinitad e Tobago;

  Tunisia;

  Turchia;

  Turkmenistan;

  Ucraina;

  Uganda;

  Ungheria;

  Uruguay;

  Uzbekistan;

  Venezuela;

  Vietnam;

  Zambia.

Aggiornamenti della white list

 

 

Il D.Lgs. n. 147/2015, intitolato “Disposizioni recanti misure per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese”, tratta in maniera specifica le “liste dei Paesi che consentono un adeguato scambio di informazioni e coordinamento black list”.

L’art. 10 del citato D.Lgs., infatti, ha abrogato l’articolo 168-bis del TUIR; di conseguenza non si potrà più parlare degli “Stati o territori inclusi nella lista di cui al decreto ministeriale emanato ai sensi dell’articolo 168 -bis del testo unico delle imposte sui redditi”, ma degli “Stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni”.

 

 

Secondo quanto disposto dal nuovo articolo 11 del D.Lgs. 239/96, l’elenco degli Stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni viene aggiornato con cadenza semestrale.

 

In evidenza: aggiornamento black e white list

Quando leggi, regolamenti, decreti o altre norme o provvedimenti fanno riferimento alla lista di Stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni di cui al comma 1 dell’articolo 168 -bis del TUIR, il riferimento si intende ai decreti emanati in attuazione dell’articolo 11, comma 4, lettera c) , del decreto legislativo 1° aprile 1996, n. 239.

In maniera analoga, quando leggi, regolamenti, decreti o altre norme o provvedimenti fanno riferimento agli Stati o territori diversi da quelli che consentono un adeguato scambio di informazioni e nei quali il livello di tassazione non è sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia di cui al comma 2 dell’articolo 168 -bis TUIR, il riferimento si intende agli Stati o territori di cui al decreto e al provvedimento emanati ai sensi dell’articolo 167, comma 4, del citato testo unico.

 

Il citato decreto del 9 agosto 2016 del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha inoltre aggiunto l’art. 1-bis al suo D.M. 4 settembre 1996, stabilendo che “Con decreto da emanare  ai  sensi  dell'art. 11, comma 5, del decreto legislativo 1 aprile 1996, n. 239, sono eliminati dall'elenco degli Stati e territori di cui all'art. 1 gli Stati ed i territori con i quali, in ragione di reiterate violazioni dell'obbligo di cooperazione amministrativa tra Autorità competenti, non risulti assicurata nella prassi operativa l'adeguatezza dello scambio di informazioni, ai sensi di uno strumento giuridico bilaterale o multilaterale in vigore con la Repubblica italiana”.

La black list dei paradisi fiscali secondo l’Ecofin

 

 

Il Consiglio dell’Unione europea ha diramato la propria black list degli Stati e territori non collaborativi.

Si tratta di un elenco che rappresenta un primo passo per un’integrazione delle varie liste degli Stati, spesso non coordinate in quanto prendono in considerazione parametri diversi.

 

La lista considera tre parametri di fondo relativi agli Stati e territori non comunitari, rappresentati dall’adozione o meno di strumenti di scambio di informazioni ai fini fiscali, dalla presenza o meno di regimi fiscali privilegiati o distorsivi della concorrenza e dall’implementazione o meno delle misure previste dal progetto Base Erosion and Profit Shifting.

 

Sulla base di questi parametri, la black list europea comprende 7 Stati e territori (aggiornata al 23 maggio 2018):

  • American Samoa
  • Isole Vergini USA
  • Guam
  • Namibia
  • Palau
  • Trinidad
  • Tobago

 

Con riferimento a questa lista, sono state ipotizzate “misure difensive”, di carattere fiscale e non fiscale. Le seconde non vengono, però, adottate dall’Unione nella sua totalità, ma sono lasciate ai diversi Stati membri, fattore che può potenzialmente pregiudicare l’efficacia dissuasiva della lista.

 

Le misure fiscali sono individuate dall’indeducibilità dei costi, nell’inclusione dello Stato estero nella black list CFC, nella previsione di ritenute alla fonte, in limitazioni ai regimi di participation exemption, in oneri documentali più incisivi su determinate operazioni, così come nella disclosure preventiva, da parte dei consulenti fiscali, delle pratiche di pianificazione fiscale potenzialmente aggressive.

 

L’Italia, come visto in precedenza, ha adottato una strada per certi versi contraria, abolendo regimi di deducibilità dei costi e slegando la disciplina CFC dall’appartenenza di un determinato Stato o territorio ad una black list, per cui si potrebbe porre il problema del potenziale recupero, anche se su scala molto più ristretta rispetto al passato, di regimi di sfavore ora non più esistenti. 

 

Agli Stati sopraelencati si affiancano i Paesi appartenenti alla "lista grigia", poiché possiedono giurisdizioni che non rientrano negli standard dell’Unione Europea in quanto a trasparenza ma che hanno mostrato l’intenzione di porre rimedio al fine di non essere declassati a Paesi della lista nera.

Se alla fine si è concordato su quali Paesi inserire nell’elenco nero, altrettanto non può dirsi per i modi di rendere efficace e funzionale tale lista. Paesi come Italia, Francia, Belgio. Spagna, Germania, Slovenia, Portogallo e Austria sostengono che la Black lista debba essere sostenuta da un saldo impianto sanzionatorio, non sono dello stesso parare Paesi tra cui Regno Unito, Malta, Svezia, Olanda, Irlanda e Grecia che ritengono sia già grave l’appartenenza alla lista in sé, negando la necessarietà di correlare sanzioni.

La giurisprudenza

 

La sentenza n. 160 del 12 luglio 2012 della Comm. Trib. Prov. di Mantova ha stabilito che “In tema di costi “black list”, qualora la società estera con cui si intessono rapporti commerciali è articolata in più unità produttive dislocate in diversi Paesi, alcuni dei quali c.d. “black-list”, l’Amministrazione finanziaria non può contestare l’indeducibilità dei costi sostenuti con la società de qua partendo sull’assunto che non vi è alcuna distinzione organica tra la sede principale dell’operatore economico in questione, sita in un territorio “white-list”, e le unità locali alcune delle quali stabilite, inter alia, in Paesi a fiscalità privilegiata. Difatti, se il contribuente dimostra per tabulas (i.e. bollette doganali e bonifici bancari) di aver posto in essere operazioni commerciali con la sede principale del suddetto operatore estero e non con le relative unità produttive locali poste in territori black-list, allora, la contestazione di indeducibilità dei costi ex art. 110 comma 10 del TUIR, non avrà fondamento alcuno”.

 

Secondo la Cass. 23.3.2018 n. 7353, la Lista Falciani rappresenta un indizio di per sè grave, preciso e concordante dell'evasione; dunque, se l'accertamento è basato sulla stessa, perde in sostanza di rilievo il problema relativo all'applicabilità, in senso retroattivo, della presunzione dell'art. 12 del DL 78/2009.

 

Per effetto dell’art. 12 del DL 78/2009, gli investimenti e le attività detenuti in paradisi fiscali senza indicazione nel quadro RW si presumono, salvo prova contraria, costituiti mediante redditi sottratti a tassazione.

 

Detta pronuncia appare censurabile, in quanto, se è vero che i dati contenuti nella Lista Falciani possono avere valenza probatoria piena, da ciò, in assenza di una norma espressa (come l'art. 12 del DL 78/2009 o l'art. 6 del DL 167/90), non si può presumere che l'ammontare degli investimenti esteri non dichiarati in Italia sia frutto di evasione. Peraltro, in Italia non è oggetto di tassazione l'intero investimento, ma i suoi frutti, come ad esempio gli interessi.

Leggi dopo