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Omessa dichiarazione e competenza per territorio: quale funzionalità dirimente può avere la sede effettiva della società rispetto alla sede legale?

29 Novembre 2021 |

Cass. pen., sez. III

Omessa dichiarazione

 

La competenza territoriale per i delitti in materia di dichiarazione riguardante le imposte relative alle persone giuridiche si determina, ai sensi dell’art. 18 d.lgs. n. 74/2000, con riferimento al luogo in cui queste ultime hanno il domicilio fiscale che, di regola, coincide con quello della sede legale, ma che, ove questa risulti avere carattere meramente fittizio, corrisponde al luogo in cui si trova la sede effettiva dell’ente 

 

 

Il caso. La Corte di Appello di Lecce – Sezione Distaccata di Taranto – confermava la sentenza con cui il Tribunale di Taranto aveva affermato la penale responsabilità di A.A. per il reato di cui all’art. 5 del d.lgs. n. 74/2000 e lo aveva condannato alla pena ritenuta di giustizia. Avverso la pronuncia de qua ricorreva per Cassazione l’imputato deducendo, tra gli altri motivi, violazione di legge con riferimento sia alla competenza per territorio che alla ritenuta colpevolezza dell’imputato, nonché mancata assunzione di una prova decisiva. 

 

La disciplina sulla competenza per territorio. La difesa rileva come, in applicazione della disciplina speciale sulla competenza territoriale per i reati tributari, ex art. 18 del d.lgs. n. 74/2000, la stessa avrebbe dovuto radicarsi presso il luogo in cui il contribuente aveva il proprio domicilio fiscale – e non, come effettuato dai Giudici di merito, nel luogo di accertamento del reato – laddove, nel caso di specie, tale luogo avrebbe dovuto essere comunque identificato non con la meramente formale sede legale dell’impresa ma, ex adverso, con la sede effettiva della stessa. La Suprema Corte ha anzitutto precisato che il criterio primario di individuazione della competenza territoriale per la fattispecie delittuosa di cui all’art. 5 del d.lgs. n. 74/2000 risulta essere quello del domicilio fiscale del contribuente, da intendersi tale non quello del legale rappresentante ma quello dell’ente collettivo, in quanto la dichiarazione la cui omissione risulta penalmente rilevante non è quella della persona fisica ma quella della persona giuridica. Inoltre, allorquando il domicilio fiscale dell’azienda, di regola coincidente con la sede legale, risulti meramente fittizio, lo stesso andrà conseguentemente identificato nel diverso luogo in cui si trova la sede effettiva della società, sempre che emergano elementi fattuali in tal senso funzionalmente concludenti. Nel caso di specie, la Corte di merito ha invece ritenuto di dover fare riferimento al criterio secondario di individuazione della competenza territoriale – ovvero il luogo di accertamento del reato – in quanto ha rilevato, da un lato, la evidente fittizietà della sede legale della società e, dall’altro, la impossibilità di individuare la sede effettiva della medesima, risultando in tale ottica inconcludenti e prive di pregnanza le prospettazioni fattuali difensive. 

 

La colpevolezza del legale rappresentante mero prestanome. La totale assenza di elementi fattuali specifici, concreti e rilevanti, che propendano verso la identificazione del legale rappresentate quale mero prestanome a fronte, invece, della asserita ma non dimostrata presenza di un amministratore di fatto quale unico deus ex machina, non può che determinare il rigetto del motivo di ricorso avente ad oggetto l’effettivo coinvolgimento dell’imputato nelle operazioni economiche da cui sono scaturiti gli obblighi dichiarativi e, per l’effetto, la dedotta assenza del di lui elemento psicologico del reato. 

 

I limiti al diritto alla prova contraria. Il ricorrente lamenta la mancata assunzione, nell’alveo del giudizio di seconde cure, di una serie di prove di ritenuta decisività a discarico, riferite all’acquisizione di documenti e testimonianze ed alla effettuazione di una perizia, elementi asseritamente in grado di confutare quelli ricavati dalla documentazione acquisita d’ufficio proprio dalla Corte di Appello. Ora, i Supremi Giudici chiariscono come nel caso di assunzione d’ufficio di nuovi mezzi di prova, anche qualora alla stessa si proceda in appello, sussiste il diritto delle parti all’ammissione di prova contraria, per tale dovendosi intendere quella diretta a contrastare od a mostrare sotto una diversa prospettiva lo stesso fatto oggetto della prova assunta d’ufficio o, comunque, ad illuminare aspetti di tale fatto rimasti oscuri od ambigui all’esito della nuova acquisizione, salvo che non si tratti di profili manifestamente superflui od irrilevanti. Ergo, il diritto in questione ha ad oggetto la ammissione delle sole prove a discarico, e non certamente il compimento di attività di ricerca della prova – alla quale, nel caso di specie, erano evidentemente tendenti le richieste di ulteriore acquisizione documentale e testimoniale avanzate dalla difesa – data la differenza strutturale tra le due categorie giuridiche. Mentre, in ogni caso, la perizia non rientra nella nozione di prova contraria, trattandosi di mezzo di prova neutro sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla sola discrezionalità del giudice, con la conseguenza che la relativa mancata acquisizione non è denunciabile mediante ricorso per cassazione. 

 

[Fonte: Diritto e Giustizia]

 

 

 

 

 

 

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