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Nessuna differenza tra l'eredità accettata con beneficio di inventario e quella pura e semplice

24 Febbraio 2017 |

Cass. civ., sez. trib. 22 febbraio 2017, n. 4564

Imposta sulle successioni e donazioni

Ai fini della determinazione dell’imposta di successione, non c’è differenza tra l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario e quella pura e semplice. Lo ricordano i Giudici con la sentenza del 22 febbraio 2017, n. 4564.

 

Il caso riguardava due eredi che avevano accettato un’eredità con beneficio di inventario; l’Agenzia delle Entrate aveva consegnato due avvisi di liquidazione relativi all’imposta principale di successione emessi per omessa autoliquidazione, in considerazione della non ammissibilità del passivo ereditario indicato nella denuncia di successione. Secondo i giudici di merito le ricorrenti, avendo accettato con beneficio di inventario, ed avendo allegato il verbale redatto dal cancelliere attestante i debiti che ammontavano ad una somma maggiore dell’attivo, non avevano provveduto né erano tenute a corrispondere alcunché.

 

Tale tesi delle CTP e CTR è stata disconosciuta dalla Cassazione. Hanno infatti affermato i giudici di legittimità: «Ai fini della determinazione dell’imposta di successione, l’accettazione dell’eredità con beneficio di inventario non implica alcuna deducibilità delle passività diversa da quella ordinaria prevista per l’accettazione pura e semplice […] ma rileva in sede di riscossione dell’imposta, essendo la responsabilità dell’erede (o del coerede) beneficiario […] contenuta nel limite del valore della propria quota ereditaria, con la conseguenza che solo nel momento della riscossione dell’imposta le risultanze dello stato di graduazione civilistico, divenuto definitivo, possono assumere rilevanza per determinare il valore dei beni concretamente ed effettivamente pervenuti al predetto erede, nel rispetto del limite della sua responsabilità per l’imposta di successione». Alla luce di tali principi, i giudici della Corte hanno accolto la censura erariale.

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