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Il “cassetto fiscale americano” quale prova della definitività del credito d’imposta estero

 

La disciplina domestica prevede, ai fini della determinazione del credito per le imposte pagate all'estero, la sola rilevanza delle imposte relative ai redditi che sono stati prodotti all'estero nel periodo di imposta cui il reddito è riferito, a condizione che il pagamento a titolo definitivo sia stato effettuato prima della presentazione della relativa dichiarazione. Le imposte estere devono considerarsi "pagate a titolo definitivo" nel periodo d'imposta in cui le stesse sono state versate al Fisco estero, a nulla rilevando il periodo d'imposta in cui il beneficiario del reddito estero è venuto in possesso della relativa certificazione; all’uopo può costituire prova di tale definitività, oltre alla copia della dichiarazione dei redditi prodotta negli Stati Uniti, il documento denominato “individuai taxpayer account, filing and payement services" ovvero la documentazione estratta dall’omologo cassetto fiscale nazionale.

Così si pronuncia la Commissione tributaria regionale per la Lombardia nellasentenza n. 115 del 17 gennaio 2022.

 

Il caso. Un contribuente impugna una cartella di pagamento emessa dall'Agenzia delle Entrate a seguito del controllo formale della dichiarazione dei redditi anno 2015. L'Ufficio disconosce, fra l’altro, il credito di imposta per i redditi prodotti all'estero (Stati Uniti d’America) sulla base dell’art 165 TUIR il quale richiede, quale requisito essenziale per poter beneficiare del credito di imposta, che le imposte siano pagate "a titolo definitivo". A tal proposito l’Amministrazione ritiene che la documentazione prodotta dal ricorrente, fra cui un estratto della dichiarazione dei redditi americana, sia idonea a provare la definitività delle imposte pagate all'estero in quanto da essa è possibile desumere che il contribuente ha subito delle ritenute per i redditi percepiti all'estero, ma non anche la definitività di tali ritenute.

 

La decisione di primo grado. Il primo Giudice riconosce il diritto di credito del contribuente osservando che la definitività dell'imposta pagata all'estero coincide con la sua "irripetibilità", ossia con la circostanza che essa non è più suscettibile di modificazione a favore del contribuente. “Nel caso di specie, afferma la Ctp, il contribuente ha prodotto il prospetto da cui risulta la certezza ed entità dei redditi prodotti all'estero, l'ammontare delle imposte dovute nel paese estero ed altresì dell'avvenuto pagamento definitivo delle imposte al fisco estero, non risulta che siano in corso accertamenti tali da modificare le imposte dovute e nemmeno che l'imposta sia stata pagata in acconto o in via provvisoria, né che sia possibile ovvero in corso una richiesta di rimborso totale o parziale ovvero una richiesta di compensazione con altre imposte dovute nello Stato estero e nemmeno l'esistenza di un contenzioso”.

 

La conferma in appello. I giudici “del riesame” decidono per la conferma della sentenza di prime cure e, per l’effetto, il diritto di credito del contribuente. La Commissione osserva e ribadisce che la sopracitata disciplina domestica prevede, ai fini della determinazione del credito per le imposte pagate all'estero, la sola rilevanza delle imposte relative ai redditi che sono stati prodotti all'estero nel periodo di imposta cui il reddito è riferito, a condizione che il pagamento a titolo definitivo sia stato effettuato prima della presentazione della relativa dichiarazione. Viceversa, non assumono rilevanza le imposte che sono state pagate in acconto, a titolo provvisorio e, in genere, quelle per le quali è prevista la possibilità di rimborso totale o parziale. Il concetto di definitività dell'imposta pagata, chiosa il Collegio, coincide con la irripetibilità dell'imposta stessa, intesa come immodificabilità in favore del contribuente. Le imposte estere, pertanto, devono considerarsi "pagate a titolo definitivo" nel periodo d'imposta in cui le stesse sono state versate al Fisco estero, a nulla rilevando il periodo d'imposta in cui il beneficiario del reddito estero è venuto in possesso della relativa certificazione. La Ctr individua il focus della controversia non nell’interpretazione della norma di riferimento quanto piuttosto la carenza della prova, lamentata dall’Ufficio, circa la mancata produzione documentale della "certificazione" rilasciata dagli Stati Uniti. Onere probatorio che, al contrario, i giudici d’appello ritengono soddisfatto dal contribuente tramite il deposito della seguente documentazione:

  • la copia della dichiarazione dei redditi prodotta negli Stati Uniti (in lingua inglese);
  • un documento in lingua inglese denominato "individual taxpayer account, filing and payement services" rilasciato dal Dipartimento del Tesoro di uno degli Stati americani che riportava la data, il metodo di pagamento e l'indicazione del numero di conto corrente di addebito (detto documento rappresenta sostanzialmente una visura corrispondente al nostro "cassetto fiscale");
  • la copia della dichiarazione dei redditi Persone fisiche 2016 (anno di imposta 2015), quadro CE (credito di imposta per redditi prodotti all'estero) con l'indicazione del credito di imposta spettante;
  • un documento, sempre in lingua inglese, rilasciato dallo stesso Dipartimento “Division of taxation”, ove erano riportati il riepilogo degli imponibili e delle tasse riferite all'anno in contestazione (detto documento riproduceva essenzialmente un riepilogo dell'imponibile tassato dove il "total collected" corrisponde al nostro "totale pagato").

 

*Sul tema trattato si rammenta un’altra pronuncia della stessa Ctr Lombardia (sentenza n. 3749 del 25 ottobre 2021) che, interpretando il dettato normativo di cui all’art. 165 TUIR, ha riconosciuto al contribuente il diritto di credito per imposte pagate all’estero anche in caso di sua omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi e, finanche, nell’ipotesi di omessa presentazione della stessa.  

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