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Contrasto tra omesso versamento IVA e norme europee, depositate le conclusioni dell'Avv. Generale

 

Il 13 luglio 2017, Michal Bobek Avv. Generale della Corte UE, ha presentato le sue conclusioni in merito alla Causa C- 547/15.

Controversia che, nata da domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dal Tribunale di Varese, è incentrata sul supposto contrasto tra il reato contenuto nell’art. 10-ter del D. Lgs. n. 74/00 (come novellato dal D. Lgs. n. 158/15)  e, da una parte l’art. 1 PIF, dall’altra il paragrafo 1 dell’art. 325 TFUE.

 

In sostanza la vexata quaestio è se la norma interna del 2015, in tema di repressione del mancato versamento IVA, attraverso la parziale abolitio criminis intervenuta con l’aumento delle soglie di punibilità, si ponga in contrasto con quanto stabilito dalle due norme internazionali supra citate.

 

Per quanto attiene al rapporto tra l’art. 10-ter e l’art. 1 PIF, l’Avv. Generale ha rilevato come la definizione di frode che lede gli interessi della Comunità europea non può essere sovrapposta in alcun modo alla fattispecie criminosa di cui all’art. 10-ter, dato che, da una parte gli elementi caratterizzanti i comportamenti fraudolenti descritti dall’art. 1 non sono sovrapponibili alla condotta descritta dal 10-ter, dall’altra il Governo italiano ha dimostrato come i reati caratterizzati da comportamenti fraudolenti siano repressi da altre norme, sempre interne al corpus del D. Lgs. n. 74.

 

Per quanto attiene, poi, al rapporto tra art. 325 e 10-ter, il problema vira dalla controversia relativa alla tecnica normativa usata, per condensarsi attorno alle scelte, discrezionali ed interne al singolo Stato membro, di politica criminale. La pregiudiziale del Tribunale di Varese, infatti, chiedeva l’intervento della Corte perché ravvisava un contrasto tra la parziale abolitio criminis intervenuta nel 2015 e l’obbligo di reprimere le condotte, lesive degli interessi finanziari dell’Unione, con norme che siano dissuasive e tali da permettere una protezione efficace negli Stati membri e nelle istituzioni dell’UE.

Anche questo contrasto si dissolve, dato che, visionati tanto gli atti preparatori la novella del 2015 quanto la disciplina compiuta, l’Avv. Generale ha rilevato come le scelte di politica criminale alla base delle innovazioni contenute nell’art. 10­-ter siano da annoverare ad un legittimo esercizio di sovranità penale concessa ai singoli Stati. L’Avv. motiva questa sua interpretazione del rapporto tra le due norme sostenendo che le disposizioni – contenute nell’art. 325 TFUE, paragrafo 1, lette in combinato disposto con l’art. 4, paragrafo 3, TUE e la direttiva IVA – non si pongono in ostacolo alle disposizioni nazionali che, in un’ottica di riduzione dell’area del penalmente rilevante, hanno fissato una soglia pecuniaria più elevata per l’IVA rispetto a quella stabilita per il mancato versamento delle ritenute dovute o certificate come disciplinato dall’art. 10-bis D.Lgs. n. 74/00.

 

A fortiori poi, l’Avv. Generale evidenzia come una normativa nazionale come quella del caso di specie, che esenta le persone fisiche responsabili per l’assolvimento di obblighi tributari da responsabilità penale quando l’omissione è contenuta nel valore o quando l’evasore si adopera per saldare il suo debito con l’Erario, si ponga perfettamente in linea con le esigenze di tutela del bene giuridico della regolare percezione dei tributi garantito dalla normativa europea.

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