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Prove atipiche anche dal computer sequestrato al professionista

Sommario

La vicenda | Prove atipiche ammissibili | Le conclusioni |

La vicenda

È legittimo l'accertamento fondato sulla c.d. lista "Pessina", poiché è improbabile che il nome dei contribuenti sia accidentalmente finito nel computer dell'avvocato elvetico. L'esistenza di un conto corrente in un Paese con il quale l'Italia non ha scambio di informazioni fiscali non costringe il Fisco italiano a verificare in loco le disponibilità estere, in quanto non è possibile un riscontro collaborativo. Lo ha precisato la Cassazione con la sentenza n. 17183 del 26 agosto scorso.

Un professionista ha promosso, secondo la consulenza tecnica fatta espletare dalla Procura di Milano, anche tramite una società svizzera a lui riconducibile, la costituzione di trust e fondazioni nel Lichtenstein o in altri Paesi stranieri, ovvero l'interposizione di società veicolo con l'intento di consentire la permanenza all'estero di capitali italiani. Ha promosso quindi finanziamenti e ristrutturazioni societarie per il rientro in Italia di capitali detenuti all'estero. A detto professionista è stato sequestrato in aeroporto (Malpensa) il computer contenente precise informazioni (c.d. lista Pessina) su numerosi nominativi di propri clienti. Siffatto sequestro ha provocato una serie di verifiche fiscali sui nominativi dei clienti presenti nel pc. A due contribuenti indicati nella citata lista, sono stati notificati due atti impositivi e di contestazione di sanzioni. I giudici tributari di merito hanno confermato l’infondatezza della pretesa, annullando in toto i predetti atti. Il giudice del gravame, in particolare, ha ribadito che non sussistevano elementi idonei a confermare la riconducibilità ai contribuenti delle disponibilità all'estero, trattandosi pertanto di «mere considerazioni erariali». I giudici d'appello hanno respinto la posizione dell'Agenzia delle Entrate non ritenendo avere valore indiziario il contenuto dei file ritrovati nel computer.

Il Fisco, con il ricorso in cassazione, ha censurato la sentenza impugnata per l'errata valutazione circa la valenza delle presunzioni poste a base degli atti impositivi. L’Agenzia ha lamentato la violazione di legge (artt. 2727, 2729 c.c., 39 e 41 D.P.R. n. 600/1973, 12 D.L. n. 78/2000, 4 e 5 D.L. n. 167/1990) laddove il giudice dell’appello ha negato il valore indiziario dei contenuti dei file rinvenuti nel pc dell’avvocato svizzero «e l’inferenza che ne deriva in relazione a una serie di dati logici e circostanziali desumibili dagli accertamenti fiscali».

 

Prove atipiche ammissibili

Gli Ermellini, con la pronuncia citata, hanno cassato la sentenza di appello, con necessità di una nuova rivalutazione degli esiti complessivi del giudizio da parte del giudice del rinvio atteso che:

  • nell'accertamento fiscale è consentito l'ingresso di elementi comunque acquisiti e dunque anche di prove atipiche ovvero di dati acquisiti in forme diverse da quelle regolamentate. Si tratta della prova per presunzione che non è predeterminata o predeterminabile dalla legge, con la conseguenza che qualunque documento o dichiarazione può costituire la base idonea per le conclusioni probatorie. I requisiti delle presunzioni semplici non possono essere stabiliti a priori, ma occorre la concreta valutazione di tutti gli elementi indiziari raccolti;
  • il giudice di merito deve pertanto valutare la gravità, precisione e concordanza attraverso un esame complessivo. Nella specie, il giudice di appello ha trascurato alcune prove e disconosciuto il valore di altre. Infatti, l'avvocato Pessina era coinvolto in operazioni trans-frontaliere sospette, oltre che attivo nella costituzione e amministrazione di fondazioni e trust in Paesi a fiscalità privilegiata, tanto da suscitare l'attenzione investigativa dell'autorità giudiziaria penale sino al suo arresto. Nel computer del professionista erano archiviati centinaia di nominativi e relative pratiche riferite a operazioni all'estero e per la schermatura di capitali. Infine, i file contenenti i nomi dei due contribuenti non erano dissimili alle registrazioni degli altri nominativi. Non vi era così alcuna ragione logica per ritenere i nominativi dei soggetti accertati solo casualmente e accidentalmente indicati nel pc di un professionista specializzato in tali consulenze e dedito ad affari. L'avvocato viaggiava con un pc contenente centinaia di nominativi e pratiche registrate su file relativi a operazioni su estero a schermatura di capitali. Pertanto, è improbabile che i nomi dei due contribuenti in questione potessero finire “accidentalmente” nella memoria informatica di un professionista dedito ad affari come quelli descritti.

Le conclusioni

Per gli Ermellini nel processo tributario è possibile acquisire prove atipiche secondo i canoni caratteristici della prova per presunzioni. Le presunzioni semplici, in altri termini, possono essere il veicolo attraverso i quali le prove atipiche possono entrare nel processo. Ogni documento o dichiarazione può essere, in via potenziale, una prova, a condizione che sia grave, preciso e concordante. La “lista Pessina” ha valore indiziario e può essere posta a base dell’accertamento fiscale. Gli elementi potranno essere utilizzati dal giudice del rinvio, che dovrà verificare se essi sono idonei a fondare una maggiore pretesa erariale. In tema di prova presuntiva, l’esistenza del fatto ignoto deve essere una conseguenza ragionevolmente probabile del fatto noto, nonostante possa esistere qualche margine di opinabilità. Inoltre, occorre riconoscere le difficoltà nel verificare le disponibilità estere in un paese che non attua lo scambio di informazioni. Solo di recente con la firma degli accordi sono cadute le barriere della segretezza con Svizzera e Liechtenstein in tema di scambio di informazioni ai fini fiscali. Occorre, quindi, ammettere l’utilizzabilità della informazioni (coordinate bancarie, codici cifrati, società di copertura e fatture emesse dall’Italia verso l’estero )contenute nella c.d. “Lista Pessina” La CTR non ha valutato adeguatamente l’intero compendio logico e circostanziale offerto dall’Agenzia delle Entrate e non ha dato conto degli eventuali elementi di controprova rispetto ai dati che emergono dalla lista Pessina. Ciò giustifica il rinvio per un nuovo giudizio.

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