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Presunzione di ricavi in nero per i versamenti sospetti del professionista

 

Anche se in mezzo c’è stata una riforma, quella del 2016, non è affatto detto che i versamenti sospetti del professionista non possano essere considerati ricavi in nero dal Fisco. Lo ha affermato la Corte di Cassazione, III Sezione Penale, con la sentenza del 5 ottobre 2018 n. 44562, con la quale i Giudici della Corte hanno accolto il ricorso avanzato da una Procura nei confronti di un professionista.

 

Nel caso in esame, l’uomo era stato indagato per versamenti sospetti e ingiustificati: di conseguenza, era stato disposto il sequestro di somme dal conto. Il Tribunale del riesame, però, aveva disposto l’annullamento della disposizione, in quanto il Decreto Fiscale del 2016 ha eliminato il riferimento ai compensi del professionista in caso di movimentazioni bancarie sospette.

 

Tuttavia, i Giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della Procura affermando il nuovo principio di diritto: «In tema di accertamento, anche dopo l’entrata in vigore del D.L. n. 193/2016, che ha eliminato, dal disposto dell’art. 32, comma 1, n. 2) del D.P.R. n. 600/1973, il riferimento ai compensi, resta invariata la presunzione legale posta dallo stesso art. 32 con riferimento ai versamenti effettuati su un conto corrente dal professionista o lavoratore autonomo, sicché questi è onerato di provare in modo analitico l’estraneità di tali movimenti ai fatti imponibili. La base legale della presunzione per i versamenti è rappresentata, infatti, dal secondo periodo del n. 2) del comma 1) dell’art. 32 richiamato, che non opera alcuna distinzione fra le varie categorie di contribuenti e non è stato toccato né dalla sentenza della Corte Costituzionale né dal D.L. n. 193/2016».

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