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L’istanza di VD non è una dichiarazione integrativa di successione

La procedura di Collaborazione Volontaria (“VD”) ha consentito (“1.0”) e sta consentendo (“2.0”) ai contribuenti di regolarizzare la loro posizione nei confronti del Fisco italiano ai fini delle imposte dirette, delle addizionali, delle sostitutive, dell’IRAP, dell’IVA, delle sanzioni RW e delle violazioni dei sostituti di imposta. Tuttavia, siccome i fatti economici autodenunciati dal Collaboratore possono avere rilevanza, nella loro oggettività, anche ai fini delle imposte di successione e di donazione (come pure di eventuali violazioni in materia di diritto valutario: si pensi al caso del trasferimento frontaliero di somme superiori ai limiti di legge) e siccome né la L. n. 186/2014 che ha introdotto la VD né il D.L. n. 193/2016 che ne ha riaperto i termini di validità contengono specifica disciplina, ecco che il Collaboratore può trovarsi a fronteggiare degli ‘effetti collaterali’ spesso di non poco conto, per via delle iniziative intraprese dagli uffici dell’Agenzia volte al recupero di quelle imposte e delle sanzioni applicabili ai fatti autodenunciati ma non sanabili tramite la VD. Tra essi, si ricorda ad es. la diatriba insorta in materia di donazione ‘indiretta’ (sulla quale si v. gli interventi di A. Busani e V.E. Falsitta per citarne alcuni).

 

 

In questa sede, si vuole dar conto delle prime decisioni in materia di imposta di successione e in particolar modo delle pronunce assunte dalla CTP di Torino (Sezione 2, sent. n. 473/2/17 e n. 944/2/17) sui ricorsi proposti da altrettanti Collaboratori Volontari che, perfezionata la VD, si sono visti notificare avvisi di liquidazione per imposta di successione in relazione a beni, ereditati in anni risalenti, situati all’estero, e pertanto (colpevolmente) non dichiarati nella dichiarazione di successione. Secondo l’interpretazione dell’ufficio, l’istanza di VD di cui agli artt. 5-quater del D.L. n. 167/1990 sarebbe assimilabile ad una dichiarazione integrativa di successione ai sensi dell’art. 27, co. 2, del D.Lgs. n. 346/1990 e pertanto dalla presentazione inizierebbe a decorrere il termine triennale per la liquidazione dell’imposta di successione.

 

Di contrario avviso è stata la citata CTP, la quale ha bocciato l’interpretazione dell’Agenzia, ritenendola priva di sostrato normativo e rilevando che l’istanza di VD è una facoltà offerta al contribuente, che dimostri completa e spontanea resipiscenza, per sanare le violazioni commesse ai fini di determinate imposte e non può essere interpretata come manifestazione di volontà di integrare o sostituire la precedente dichiarazione successoria; volontà, che l’art. 27 co. 2, necessariamente presuppone.

Peraltro, un ulteriore profilo ostativo dell’assimilazione analogica (non valorizzato dalle decisioni citate) deriva dalla mancanza di quell’evento sopravvenuto richiesto dall’art. 28, co. 6. La Risoluzione Ministeriale n. 320642 del 12 aprile 1975 definisce le c.d. sopravvenienze ereditarie quali “entità patrimoniali (…) entrate a far parte dell'asse relitto in un momento successivo all'apertura della successione in dipendenza di atti o fatti verificatisi dopo la morte del "de cuius"). La presenza di un patrimonio estero non indicato nella dichiarazione dall’erede, in quanto entità già esistente nel patrimonio del defunto al momento dell’apertura della successione, non può rientrare nel novero delle sopravvenienze ereditarie, integrando piuttosto un caso di infedele o incompleta dichiarazione il cui accertamento è soggetto ai termini decadenziali che non possono essere aggirati attraverso l’interpretazione analogica posta dall’Agenzia a puntello della pretesa del maggior tributo successorio a seguito di istanza di VD.

 

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