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Novità dall'Editore: Codice Annotato del Contenzioso Tributario, IV ed.

Quando ci si accinge a scrivere la presentazione delle edizioni successive alla prima di un’opera a contenuto giuridico, come prima cosa si va a rileggere la presentazione dell’edizione precedente. Ciò è utile non solo e non tanto sul piano della continuità stilistica formale, ma soprattutto per fare il punto nave della materia della quale ci si è occupati e dello stato in cui questa versa.

 

Ebbene, la rilettura della presentazione della terza edizione, uscita nel maggio 2012, lascia alquanto perplessi. Vi si parla del ruolo del giudice tributario, che è non solo giuridico ma anche sociale e politico, teso come dovrebbe essere a fare da “mediatore degli interessi pubblici e di quelli dei cittadini e delle imprese”. Della necessità di recuperare un rapporto civile fra cittadini – che si sentono trattati come sudditi – e Amministrazione finanziaria, percepita come nemico da combattere anziché come organo dello Stato che sovraintenda alla giusta ed equa applicazione di un sostenibile carico fiscale. Della parallela necessità di un miglioramento drastico del livello di preparazione dei giudici tributari, attraverso seri percorsi di formazione. Della indispensabilità di una riorganizzazione e semplificazione delle disposizioni tributarie sostanziali e processuali.

 

Basta leggere per capire che, in quattro anni, ben poco è cambiato.

 

Il livello di conflittualità fra cittadini e fisco, malgrado l’incremento dell’utilizzazione degli strumenti deflattivi del contenzioso, è di fatto stabile, ma soprattutto nulla si è fatto nell’ottica del descritto indispensabile cambiamento della posizione, sul piano culturale, dell’amministrazione finanziaria, se si eccettuano alcune recenti disposizioni sulla riscossione, tese se non altro a ridurre lo stato di allarme dei contribuenti.

Il livello delle sentenze non è di sicuro migliorato, e anzi abbiamo assistito talvolta a dei veri e propri scempi giuridici, conseguenza sia di scarsa preparazione di base, sia – il che è più grave – di una tendenza dei giudici tributari, in tutti i gradi di giudizio, a pendere pericolosamente a favore del fisco, che peraltro, sul punto, non si è peritato a menar vanto pubblicamente nell’ambito di uno dei periodici confronti organizzati dalla stampa specializzata, fornendo peraltro percentuali di successo bulgare che, se veritiere, dovrebbero essere fonte a dir poco di interrogazioni parlamentari sullo stato della giustizia tributaria, se non di azioni pubbliche ben più incisive ed eclatanti.

Né decisiva crediamo possa essere, di per sé, la ipotizzata abolizione delle commissioni tributarie, sulla quale peraltro concordiamo. Scaricare infatti la loro massa di lavoro sul giudice ordinario, senza che quest’ultimo sia messo in condizione, attraverso un serio percorso di formazione, di impadronirsi della materia tributaria – tecnica e ostica – significherebbe compiere un’azione che si rivelerebbe utile solo sul piano della comunicazione, ma che mostrerebbe in breve i propri limiti.

 

È infatti semplicemente allucinante che questioni complesse, delicate, e che spesso hanno ad oggetto importi ingenti, debbano essere trattate da giudici non assunti per concorso, non professionisti – quantunque spesso preparati come e più dei giudici togati –, pagati in modo vergognoso e imbarazzante, e spesso provenienti dalla professione e dall’amministrazione finanziaria, con consequenziali evidenti conflitti, di interessi o culturali.

Ma è altrettanto folle pensare che basti il superamento di un concorso pubblico – nel quale di diritto tributario non si parla neanche – per far sì che un giudice, solo in quanto tale, possa acquisire competenze specifiche in materia.

 

Non ci resta, dunque, che rinnovare le speranze di evoluzione già espresse al tempo, ben consapevoli che alto è il rischio di ritrovarci fra quattro anni a ripetere le stesse cose.

 

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Alcune novità normative, intervenute dopo la pubblicazione della terza edizione, meritano di esser ricordate.

In primo luogo, per le liti di importi più bassi, che tuttavia costituiscono la magna pars del contenzioso tributario, la riformulazione del reclamo, disciplinato dell’art. 17-bis del decreto n. 546/92, per il quale è stata introdotta una disciplina più morbida per i contribuenti.

Va poi segnalato il D.M. n. 163/2013, che ha regolamentato in modo ragionevole gli aspetti tecnologici del processo tributario, che tuttavia fatica ancora a imboccare in modo deciso la strada telematica.

Infine, occorre ricordare quanto introdotto dal decreto legislativo n. 156 del 2015, in tema di immediata esecuzione delle sentenze, di ricorso per cassazione per saltum per violazione di legge e, soprattutto, di tutela cautelare, che è stata estesa a tutte le fasi del giudizio tributario.

 

Occorre augurarsi che tali modifiche contribuiscano ad alleggerire almeno in parte il carico di lavoro dei giudici e, al contempo, a placare la accesa conflittualità fra contribuenti e fisco a cui facevamo cenno dianzi.

 

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Prima di concludere, anzitutto ci preme augurare buona fortuna al collega e caro amico Ernesto Ruffini, co-ideatore e coautore della prima ora di questo Codice, al quale è stata affidato il difficilissimo compito di guidare Equitalia come amministratore delegato. Non nutriamo alcun dubbio sulle sue capacità e sulla sua voglia di ben operare. Dobbiamo augurarci che gli venga dato il tempo e il modo di svolgere in modo sereno e indipendente il proprio lavoro.

 

Diamo poi il benvenuto a bordo al collega e amico Giulio Chiarizia, che ci affianca da anni nel lavoro forense, e che contribuisce in modo fattivo e creativo al dibattito giuridico – quasi quotidiano – che si svolge all’interno del nostro studio.

 

Concludiamo infine come sempre con un pensiero per i nostri lettori, che ringraziamo per la costanza e la fedeltà all’opera, e ai quali rivolgiamo il rituale invito a darci utili suggerimenti tesi a migliorare il nostro lavoro.

 

 

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